Thursday, August 24, 2006

CULTURA GENERALE 1° EPISODIO - ROBERT JOHNSON

L'intento di questa rubrica è fornire piccole pillole di cultura generale (?) sugli argomenti più svariati. Il titolo del primo episodio è: "Robert Johnson, il padre del blues"

Immaginatevi gli anni 20 in America. I cosiddetti "roaring twenties". immaginatevi però di non essere un elegante uomo bianco impegnato a ballare il charleston nei locali di New York o Boston, bensì un povero ragazzo nero figlio di n.n., cresciuto tra il Tennesse e il Missisippi. Ecco, Robert Johnson era una persona del genere. Si guadagnava da vivere facendo il contadino e aveva come uniche distrazioni, nell'ordine, la chitarra, il whisky e le donne. Si sposò a 17 anni ma la moglie morì di parto poco tempo dopo. Da quel momento si chiuse nella musica, cercando di imitare i tanti bluesmen che vagavano in quel periodo nella zona del Delta. I suoi sforzi non portavano però a grandi risultati, tutti lo ricordano come un chitarrista abbastanza mediocre, senza nessun guizzo o niente di notabile. Tutto ciò andò avanti fino a che Robert non scomparve. Forse cominciò anche lui a girovagare come gli altri bluesmen, forse prese lezioni intensive da qualcuno, chissà. L'unica cosa certa è che, quando ricomparve, lui e la chitarra semravano un'unica cosa. Lui cantava, e la chitarra gli suonava dietro. Lui suonava, e la chitarra gli cantava dietro. Faceva gridare, piangere o gioire le sei corde andando su e giù con lo slide, che poteva essere il classico collo di bottiglia o il decisamente più strano coltello tenuto tra l'indice e il medio.
Molti allora iniziarono a bisbigliare. Era troppo strana quella mutazione improvvisa. E cominciarono a girare le voci, che nessuno mai smentì. Si iniziò a dire in giro che quel ragazzo avesse venduto la sua anima al diavolo per poter suonare il blues in una maniera così eccellente. Del resto, lo dice anche lui, nel suo "me and the devil blues"... "io e il diavolo, camminavamo fianco a fianco..."
E allora nacque la leggenda di Robert Johnson, che girò il sud degli Stati Uniti di bar in bar, ammaliando decine di persone con i suoi lamenti blues, bevendo whisky a più non posso e alimentando una fama parallela a quella di gran bluesman, quella di gran donnaiolo.
Lo convinsero a registrare alcune sue canzoni, una trentina di brani e non di più, solo lui, la sua voce e la sua chitarra.
E magari ne avrebbe potuti registrare anche altri, ma non fece in tempo. Morì infatti nel 1938, a soli 27 anni (la stessa età di Jim Morrison, Jimi Hendrix, Janis Joplin e Kurt Cobain), vittima della gelosia di un marito a cui aveva soffiato la moglie. Forse accoltellato, forse avvelenato, chissà. Alcuni addirittura sostennero fino a pochi anni fa che non fosse ancora morto.
Tutte queste dicerie, insieme alla straordinaria bellezza della sua musica, alimentarono il suo mito. E fecero viaggiare le sue canzoni. Chi non conosce Sweet Home Chicago, acnhe grazie alle versioni di Eric Clapton e dei Blues Brothers? Anche i Lynyrd Skynyrd, quelli di Sweet Home Alabama, rifecero la sua Crossroads Blues. E tanti altri, direttamente o indirettamente, si ispirarono e si ispirano a lui, in un omaggio dovuto a colui che forse più di ogni altro fece nascere il blues e il rock moderni.

1 comment:

Anonymous said...

uhmmmmm...