Sunday, June 21, 2009

Monday, June 01, 2009

bocchini, bugie e quotidiani di famiglia

che la santanchè e la carfagna, qualche giorno dopo che berlusconi si è lamentato del fatto che nessuna delle donne del pdl l'aveva difeso nello scandalo sulle sue frivole frequentazioni, abbiano deciso improvvisamente di ergersi in sua difesa (http://www.unita.it/rubriche/Travaglio) mi fa talmente schifo che ho deciso di riprendere in mano questo blog...

la cosa che fa paura, è che è bastato che il duce abbia tirato appena le orecchie alle sue geishe per ottenere quello che gli serviva... ma chi sono questi gregari di cui questa persona si serve? sono ministri della repubblica, e sono presidenti di regioni autonome...

la libertà non sparisce da un giorno all'altro, in modo improvviso; quello che è improvviso è l'arrivo del momento in cui ci si rende conto di averla persa senza aver fatto nulla per impedirlo...

meditare adesso, please...

Thursday, March 05, 2009

Mangiar bene e spedere poco

Un articolo di Carlo Petrini, da Repubblica.it. Questo, a parer mio, è vero ambientalismo; non impone in fatto che ognuno si debba coltivare il proprio orticello (in città non sarebbe ovviamente possbile) ma dice senza troppi giri di parole che mangiar bene non è roba da ricchi... e poi il cavolo è quanto di più buono possa esistere, soffocato con cipolle olive e pancetta (pepata, niente roba anglofona!) è la morte sua. Se compri verdure da piccola distribuzione son meno i pesticidi, i trasporti (se le compri già lavate e tagliate c'è direttamente un ecumenico salvati), gl'imballaggi. Per le carni poi (a parte che se ne consuma troooooppa) volete mettere un porcello che ha sguazzato degnamente nella propria naturalissima merda per un annetto, piuttosto che una braciola di plastica che obiettivamente non ha sapore di nulla? Insomma, magari non facciamo ipocritamente finta di boicottare la Nestlè (e magari poi vestiamo H&M), cosa peraltro onorevole, e partiamo da questi gesti quotidiani che tra l'altro ci fanno anche un gran bene. Per il cavolo gratinato alla prossima.

Mangiare bene non costa caro. Se l'unica alternativa in tempi di crisi è andare al fast food o comprare i prodotti di bassissima gamma nei discount, significa che forse abbiamo problemi più gravi e radicati della crisi stessa. Cercare di rimediare alle difficoltà di bilancio mettendo nel proprio piatto - e in quello dei propri familiari - dei cibi non buoni, che alla lunga non fanno bene, e che sono parte integrante di quel sistema consumistico che, a ben vedere, è la causa principale dei nostri mali economici, non è la soluzione. Anche perché altri modi di comportarsi ci sono, e a scanso di equivoci sgombriamo subito il campo dai prodotti di alta gamma, quelli che effettivamente sono un lusso. Pensiamo invece al cibo quotidiano: a una buona carne, a un buon pesce, a buone verdure. Il cibo di tutti i giorni, e pure il pasto occasionale fuori casa, può essere consumato a prezzi anche molto bassi senza rinunciare alla qualità e facendosi del bene, sia in termini di salute personale sia in termini di salute pubblica. Bisogna però lasciarsi alle spalle il pregiudizio che il cibo buono sia una cosa elitaria e soprattutto cercare di fare due operazioni: ricercare la qualità fuori dal sistema consumistico e riscoprire le buone pratiche domestiche e gastronomiche. Per come si è strutturato, il sistema industriale alimentare butta via una quantità di cibo paragonabile a quella che produce. È il sistema dello spreco: in tutta la filiera non si fa altro che perdere delle occasioni per risparmiare, e non si creda che chi ci rimette sia poi l'industriale sprecone. Siamo noi ad accollarci tutti i costi: i danni all'ambiente, i costi della sanità e delle medicine per rimediare a diete sballate, a prodotti poco salutari, ricchi di sali, conservanti, aromi di sintesi, grassi "cattivi" che il nostro corpo fa fatica ad assimilare. Ci sono i costi di trasporti dissennati e inquinanti, i costi dei sussidi a un'agricoltura industriale che altrimenti sarebbe al collasso.
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Paghiamo il fatto che vengano buttate via 4 mila tonnellate al giorno di cibo commestibile nella sola Italia: perché alimenti di più bassa qualità hanno una durata più breve, perché il sistema di distribuzione da questo punto di vista non è efficiente. Inoltre produciamo tonnellate di rifiuti con gli imballaggi: altri costi per la società, per noi. Mangiando un hamburger di bassa qualità a un euro crediamo di aver risparmiato, ma non è così. Il resto lo paghiamo con le tasse, e se quella dieta ci fa male lo pagheremo anche in medicine: il conto alla fine è salato, molto salato. Uscire dal sistema significa cercare canali di distribuzione alternativi, che non generino tutto questo spreco e questi costi collettivi. È un vantaggio diretto anche sul prezzo: in ogni città ci sono mercati in cui si può comprare direttamente dai contadini a prezzi vantaggiosi, e con una qualità migliore. Sarebbe poi sufficiente rispettare la stagionalità dei prodotti. In stagione frutta e verdura costano meno. Sfido chiunque a dire che, per esempio, i cavoli sono cari. In un mercato della mia città, dove ancora ci sono i contadini, li ho trovati a 0,60 euro al chilo. Magari sono stato fortunato, ma chi cerca trova. Sono freschi, sono nutrienti e soprattutto a saperli cucinare c'è da sbizzarrirsi. Su un mio libro di cucine regionali ci sono trenta ricette con i cavoli, e in molti casi calcolando il prezzo a porzione si arriva a cifre irrisorie. Per frutta e verdura, poi, si può anche evitare la fatica di andare al mercato: ci sono i Gas, i gruppi di acquisto solidale sempre più diffusi in tutta Italia, e anche cooperative di produttori che consegnano la merce direttamente a casa. Per restare nel mio Piemonte, la cooperativa "Agrifrutta da te" consegna ogni settimana per 10 euro una cassetta tra 6 e 7 kg di frutta e verdura di stagione coltivata localmente secondo i criteri dell'agricoltura integrata. Consegna a domicilio anche a Torino, ed è stato calcolato che la stessa identica spesa acquistata al mercatino rionale costa circa un euro in più, e dal fruttivendolo anche 3 euro in più al chilo. Ma non si tratta solo di saper fare la spesa: con le buone pratiche domestiche e gastronomiche si potrebbe risparmiare. Ad esempio non c'è educazione sui tagli animali. La perdita di artigianalità nella macellazione, ormai ridotta a una catena di smontaggio in grande scala a colpi di seghe e seghetti, fa sì che una consistente parte della carne consumabile vada perduta. I tagli meno nobili non sono più richiesti perché si è persa la capacità e la voglia di cucinarli: il consumatore è malato di filetto. La Granda, un'associazione cuneese che opera da anni nell'allevamento sostenibile di bovini di razza piemontese, ha per esempio deciso di vendere tutto, ma proprio tutto, dei loro animali: per far sì che gli allevatori possano guadagnare il massimo, ma tutto ciò si traduce anche in un risparmio per noi. Mi dicono che buttano via soltanto le corna e gli zoccoli degli animali, impiegano anche il quarto anteriore (i muscoli del collo, della pancia, della spalla, dello sterno e il costato) e il cosiddetto "quinto quarto", ovvero testa, coda, organi interni addominali e toracici, sangue e zampe. Ne sono nati dei prodotti come un hamburger (1,15 euro l'uno), la galantina, un'anti-carne in scatola (fatta con guancia, zampe lingua e coda), delle monoporzioni di brodo, dei ragù e dei paté. Un quinto dei loro prodotti sono piatti pronti, tutti senza conservanti e con una materia prima di qualità eccellente, molto gustosa e, secondo una tesi di laurea in medicina dell'Università di Torino, anche dai valori nutrizionali migliori di una normale carne di bovino. Se la carne migliore della Granda, un taglio pregiato di bovino femmina, costa effettivamente - e giustamente per com'è allevata - più di 20 euro al chilo, cioè di più della sua analoga prodotta con metodi poco sostenibili, per un taglio di polpa di bovino maschio, comprato direttamente dagli allevatori, macellato in modo che non si sprechi nulla, avendo un prodotto di qualità decisamente superiore e che si conserva più a lungo, si può arrivare intorno ai 10 euro. Sarà sufficiente saperlo cucinare, magari in umido o con una cottura lenta, per ovviare al fatto che la carne del maschio è meno tenera di quella della femmina. Se assumiamo che una porzione normale di carne sia di 80-100 grammi (in Italia si consumano mediamente 5 chili di carne alla settimana), il prezzo di quella porzione andrà dunque da uno a due euro a seconda della qualità che scegliamo. E stiamo parlando di bovini allevati con i guanti. Lo stesso tipo di mancanza di educazione gastronomica si sente per i pesci: pensiamo a quelle specie che sono pescate e ributtate in mare perché non hanno mercato. Tutti vogliono l'orata e il branzino perché non hanno idea di dove iniziare a cucinare le altre specie, per esempio il pesce azzurro: buono, gustoso, salutare, ma leggermente più difficile da preparare. E il pesce azzurro costa veramente poco. Un'altra cosa di cui non siamo più capaci è la conservazione dei cibi: ricordo che in estate dalle mie parti, nei cortili, era tutto un ribollire di grandi pentoloni, in cui si preparavano le conserve. I pomodori erano colti in stagione, al meglio della loro maturazione, e i profumi che si sprigionavano, e che venivano chiusi nei barattoli per poi essere consumati d'inverno erano strepitosi. Oggi d'inverno vogliamo i pomodorini che arrivano da chissà dove, sono cari e poveri di gusto. Costerà tanto di più un vasetto di passata fatto in casa? Tutte queste buone pratiche, queste accortezze e questo bagaglio di creatività popolare, sono state quasi abbandonate, ma si potrebbero tradurre in risparmio, in soldi veri. Se non siamo più disposti a cucinare, a cercare i prodotti buoni e vicini, coltivati appena fuori città e di stagione, che ci possono realmente costare meno, non possiamo poi lamentarci del fatto che il cibo è caro. E se proprio vogliamo concederci un pasto fuori, anche qui la tradizione italiana è molto generosa. Un panino con la milza a Palermo, un panino con il lampredotto a Firenze, un cartoccio di pescetti fritti a Genova si aggirano tutti sui due euro. Per poco di più si può mangiare una buona pizza a Napoli o un buon piatto di pasta nelle tante trattorie low cost che ci sono ancora nelle nostre città e nei nostri paesi. Non è vero che mangiare bene costa caro: non sappiamo più come si fa. In sprezzo a una tradizione gastronomica, quella regionale italiana, che ha creato dei capolavori di ricette partendo dal poco che si aveva a disposizione in casa, e cioè da un unico grande assunto: la fame.

Saturday, February 21, 2009

Delenda Carthago

Dedicata a tutti quelli che hanno ancora un senno e per ricordarci che, in fondo, proveniamo dal Classico.



Per terre ignote vanno le nostre legioni
a fondare colonie a immagine di Roma
"Delenda Carthago"
con le dita colorate di henna su patrizi triclini
si gustano carni speziate d'aromi d'Oriente;
in calici finemente screziati frusciano i vini,
le rose, il miele.

Nei circhi e negli stadi
s'ammassano turbe stravolte
a celebrare riti di sangue.

....Conferendis pecuniis
ergo sollicitae tu causa, pecunia, vitae!
per te immaturum mortis adimus iter;
tu vitiis hominum crudelia pabula praebes,
semina curarum de capveite orta tuo.

Friday, February 20, 2009

Emblema

Ripartiamo insieme per sostenere l'idea di una Sardegna autorevole e autonoma, una regione moderna in Europa

(E ANDIAMOO!!! COSIIII!!! VAI RENATONE!!!) :D


Renato Soru

giovedì 19 febbraio 2009 - ore 16:12
Cari amici,
grazie a tutti quelli che hanno creduto in questa sfida, che si sono impegnati per sostenere l'idea di Sardegna che portiamo nel cuore: una Sardegna autorevole e autonoma, una regione d'Europa più moderna e di maggiore giustizia sociale.
Occorre ripartire subito per non disperdere l'entusiasmo e l'energia di quanti, compresi tanti giovani, hanno sentito la necessità dell'impegno politico e il dovere di dare il proprio contributo alla realizzazione di una società più giusta, dove sia più bello vivere. Grazie a tutti voi per gli oltre 13.000 messaggi ed e-mail che ci esortano a ripartire, a difendere il cambiamento intrapreso, a proseguire nel nostro progetto.

Il mio impegno politico prosegue: resterò in Consiglio regionale per un'opposizione attenta e lavorerò con determinazione a difendere il prezioso lavoro di questi cinque anni e i valori in esso contenuti.
Lavorerò inoltre insieme a tutti voi alla nascita di un vero Partito Democratico sardo, realmente aperto alla partecipazione e radicato in tutti i paesi.
Un partito cha sappia rappresentare in maniera moderna e originale le aspirazioni del nostro popolo, portandole dentro il mondo contemporaneo. Che abbia una visione di lungo periodo, che si ponga dentro la vicenda storica della Sardegna e si proponga di portare a soluzione, nell'Europa di oggi, le ambizioni di riscatto e di crescita culturale e sociale di un intero popolo.
Ricominceremo a incontrarci paese per paese, apriremo luoghi di incontro e di discussione affinché nessuno si senta solo, inascoltato e inutile, e perchè le idee condivise appartengano al sentire comune di chi vuole fare politica attiva, i cui temi devono essere approfonditi. Perché la partecipazione si allarghi ai più ampi strati della società e il cambiamento già iniziato in questi anni non si fermi, ma sia difeso e sempre più diffuso.







ps so che dovrei mettere una foto riguardante l'articolo, e non limitarmi a dileggiare l'avversario, ma non ho trovato la mia fida "meglio soru"... eppoi, che cristo! questi figli di puttana ne hanno da scontare di malefatte... adesso tocca un po' anche a noi!

Thursday, February 19, 2009

Il Soru Post-Sconfitta

da La Repubblica del 19 febbraio 2009

CAGLIARI - E adesso, dottore, cosa farà? La domanda affiora con timidezza sarda, alla fine del pranzo. E viene accolta da uno di quei lunghi silenzi ai quali Renato Soru ha abituato i giovanissimi coordinatori della sua campagna elettorale. Poi l'ex governatore li guarda a uno a uno negli occhi - Marco Argiolu, Elisabetta Dettori, Matteo Massa, più Egildo Tagliareni e Francesco Agus che si facevano tre volte al giorno il giro della città per attaccare i manifesti "Meglio Soru" che gli avversari strappavano dopo un'ora - e risponde, calmo. Io, dice, resterò qui con voi. Non lascio la politica. E non prenderò un aereo per Roma, non ho mai pensato di prenderlo.

Dopo un giorno di solitudine assoluta, nel quale il grande sconfitto delle elezioni sarde ha elaborato il lutto della disfatta più amara dei suoi 51 anni, Soru ha riaperto le porte di casa sua - la magnifica villa di piazza Bonaria, sulla collina che domina il mare - ai ventenni che in questi due mesi hanno dato l'anima per lui. Da due giorni non legge i quotidiani e non guarda la tv. Non ha visto nemmeno l'addio di Veltroni in tv. No, non l'ho sentito, confida. Sulle dimissioni, un solo commento, lapidario: se ha deciso così vuol dire che ha avuto le sue buone ragioni.

Il pranzo con il suo staff di ventenni è il modo che ha scelto per uscire dal silenzio. Loro cercano di tirarlo su con qualche buona notizia: "Lo sa quante email di solidarietà sono arrivate sul sito? Dodicimila". "E lo sa che su Facebook c'è già un gruppo che chiede le dimissioni di Cappellacci? Sono già più di cinquemila, in un solo giorno". Ancora non si è insediato, sorride Soru, e già qualcuno ne chiede le dimissioni. Gli piace, quell'entusiasmo, ma non si illude: ci vuole ben altro che una petizione su internet per buttare giù un presidente di regione. Ci vorrà un lavoro duro e tanta pazienza. Ma loro, quei sardi che hanno creduto nella sua battaglia, sappiano che lui resterà in prima linea. Mi impegnerò, promette, mi impegnerò con tutto me stesso per non disperdere le energie di tutti i sardi che vogliono cambiare quest'isola. Darò una mano a far nascere il Partito democratico in Sardegna. E poi, magari, cercherò di trovare un po' di tempo per il mio precedente lavoro, per la mia Tiscali.

Già, un oppositore non ha conflitto di interessi. E' l'unico vantaggio di una sconfitta che ancora gli brucia come una ferita aperta. Una ferita, dice qualcuno, provocata anche dal fuoco amico, da quei "castosauri" che si sono vendicati al momento del voto del repulisti voluto da Soru. Ma di questo lui non vuole parlare, ora. Voglio guardare al futuro, spiega, non mi aiuta pensare a queste cose. Certo, ammette, noi abbiamo promosso il rinnovamento mentre il centro-destra ha promosso i portatori di preferenze: e alla fine le preferenze hanno avuto il loro peso.

Tutta colpa delle preferenze, dunque? No, non solo delle preferenze. La cosa che più gli pesa, la sorpresa più amara di questo risultato che lo ha scioccato come una pallonata in faccia, è stata la risposta che è arrivata da quei sardi per i quali lui aveva lavorato di più. Gli viene in mente il quartiere di Sant'Elia - la Scampia di Cagliari, per capirci - dove lui andò per la prima volta da solo e senza scorta, a parlare in una piazza piena di siringhe. E quando tornò alla Regione, varò un grande progetto di risanamento, lo affidò a un famoso architetto olandese - Rem Koolhas - e lo finanziò con 30 milioni di euro. Poi, quando il Comune, per ripicca, glielo bloccò, fece bonificare il quartiere dalle zone franche degli spacciatori e fece costruire un parco giochi dove prima c'erano macchine arrugginite e cumuli di immondizie. Risultato: domenica scorsa, a Sant'Elia, il centro-destra ha preso più voti di cinque anni fa. Grazie anche, obietta Elisabetta, ai buoni spesa da 20 euro e alle bollette che i loro candidati pagavano in cambio di voti.

Va bene, risponde l'ex governatore, ci sarà pure questo clientelismo cialtrone, ma allora a cosa serve governare bene, a cosa serve cambiare le cose se poi gli elettori ti ripagano così? Un altro esempio: la Maddalena. Noi abbiamo tolto i sommergibili americani, abbiamo reso la città meno inquinata, più bella, più sicura. E alla fine loro per chi hanno votato? Per Berlusconi. E che dire di Capoterra, dove ci fu l'alluvione del 22 ottobre? Dopo tre settimane chi aveva avuto danni ha ricevuto il risarcimento: soldi veri, un bonifico in banca, non s'era mai vista tanta velocità. Anche qui, trionfo del centro-destra. Valli a capire, certi sardi. Lui che è un imprenditore abituato a rapportare costi e benefici, proprio non manda giù il voltafaccia di chi ha avuto di più, in questi quattro anni e mezzo di riforme controcorrente.

Veltroni ha ragione, dice ai suoi, oggi Berlusconi ha conquistato l'egemonia culturale in questo Paese. E come possiamo batterlo, domandano loro? Con altre televisioni? Con internet? No, risponde lui, su internet abbiamo già vinto, anzi stravinto. Ma c'è tanta gente che non ha il computer, e che non lo avrà mai. E allora? Allora bisogna lavorare in profondità. Sulla cultura degli ignoranti. Sulle coscienze dei qualunquisti. Solo così possiamo battere l'incultura del nichilismo che ha svuotato le coscienze.

D'accordo, obietta Marco, ma come? Ed è qui che "mister Tiscali" spiazza tutti: dobbiamo aprire dappertutto sezioni di partito, e magari riaprire le case del popolo. Dobbiamo parlarci, con queste persone. Ascoltarli. E convincerli. Ci vorrà del tempo, ma possiamo farcela, assicura dando un bacio in fronte a sua figlia Alice, seduta alla sua sinistra. "Perché oggi, certo, Berlusconi è il padrone del gioco. Ma dipende da noi, quanto a lungo lo resterà".

Wednesday, February 18, 2009

Come al Supermercato

"Apologia" del PD, racconto integrale di Silvio Sircana

“Ma non è possibile! Non si riesce a capire come mai… abbiamo i prodotti migliori, i dirigenti migliori, abbiamo fuso due reti di distribuzione che coprono tutto il territorio, abbiamo fatto una grande campagna pubblicitaria…e le vendite continuano a crollare…guarda qua! Guarda gli ultimi dati della Sardegna: avevamo il controllo del mercato e adesso siamo scesi al secondo posto. Guarda le proiezioni nazionali: se si va avanti così rischiamo addirittura in alcune regioni di scendere al terzo. Tu che sei tanto bravo riesci a spiegarmi che succede o devo rivolgermi a una cartomante?”. Il povero Lettini aveva ascoltato in silenzio la sfuriata dell’Amministratore Delegato, del resto non era la prima, negli ultimi tempi, e – pensava – non sarebbe stata neanche l’ultima. “Vedi William”, cominciò con un filo di voce, “Il problema è che la rete di vendita è allo sbando, abbiamo chiuso tutti i piccoli negozi in franchising , dove la gente bene o male sapeva che qualcosa di buono lo trovava, abbiamo puntato sulla grande distribuzione di qualità, ma, diciamolo, basta che un qualsiasi piccolo o medio imprenditore molisano apra il suo discount e ci porta via fette di mercato, mentre il nostro maggiore concorrente con la forza del suo marchio e la sua politica di offerte speciali ci leva mercato dall’altra parte…siamo in una tenaglia. Bisogna studiare una seria strategia per uscirne…” Il portapenne si spaccò in mille pezzi a circa un metro da lui. William si era alzato in piedi di scatto e aveva cominciato a urlare “E’ un anno che studiamo serie strategie e guarda i risultati. Abbiamo fuso le due più belle catene di supermercati del Paese e oggi vendiamo molto meno di quando eravamo separati, abbiamo evitato di allearci – e sei stato tu a consigliarmelo - con i piccoli gruppi regionali e nazionali perché volevamo difendere la nostra politica di vendite e non volevamo farcela condizionare da terzi e guarda qua: meno sette, meno sei virgola cinque, meno nove, meno cinque per cento…non c’è un segno più da nessuna parte. Basta con le “serie strategie”. Non c’è più tempo. Voglio tra due ore un consiglio di amministrazione straordinario allargato a tutti i responsabili delle vendite intorno a quel tavolo. Vediamo cosa hanno da dire.”

Arrivarono alla spicciolata, chi con l’aria trafelata, qualcuno con il ghigno strafottente di chi crede di saperla più lunga degli altri, altri con lo sguardo impaurito di chi presagisce la tempesta. La signora Pierantonio, la segretaria dell’Amministratore delegato, li faceva accomodare attorno al grande tavolo ovale. I pochi che avevano voglia di parlare, più che parlare parlottavano a piccoli gruppi. I consiglieri avevano preso posto nella parte alta del tavolo: D’Avena, Budelli, Cassino, Carini e poi, via via, tutti gli altri. Non una parola tra di loro: D’Avena sminuzzava fogli di carta in tanti pezzettini uguali che ammonticchiava in ordine sul bordo del tavolo, Budelli fingeva di leggere con grande interesse un documento, Cassino inviava e riceveva compulsivamente sms con il telefono cellulare, Carini confabulava con uno dei responsabili delle vendite che gli sibilava qualcosa nell’orecchio da quando erano entrati insieme tenendosi a braccetto.
“Bene signori – esordì William, quando sopraggiunse trafelata l’ultima ritardataria, la avvenente dottoressa Calandri – potremmo dire “Huston, abbiamo un problema”” “Potremmo dire “avevamo un problema” - lo interruppe sibilando D’Avena, che notoriamente non aveva mai sopportato la passione dell’amministratore delegato per le citazioni di film americani - visto che ormai non abbiamo più neanche bisogno di soccorso: la navicella è e-s-p-l-o-s-a e noi siamo stati s-p-a-z-z-a-t-i v-i-a” disse sibilando lettera per lettera le ultime parole. “Non apriamo subito le polemiche – replicò William - so benissimo che intorno a questo tavolo sono rappresentate istanze e visioni diverse, ma non è questa la sede per addentrarsi in discussioni complicate: oggi dobbiamo fare un’analisi approfondita della situazione della nostra azienda e cercare di capire perché non vendiamo i nostri prodotti. Le discussioni più generali lasciamole per dopo”. “Dopo quando?” intervenne la consigliera Biondi “E già. Quando, se non si convoca mai l’assemblea degli azionisti?” Le fece eco il giovane consigliere Fetta che fino ad allora era stato, nel silenzio quasi generale, se possibile, il più silenzioso di tutti. “Suvvia signori, cerchiamo di dare un senso a questa discussione. Ripropongo il tema che deve stare al centro della nostra riflessione: perché non riusciamo a vendere? Ha chiesto di parlare il consigliere Budelli, sentiamo cosa ha da dirci” “Grazie William – Budelli si era alzato in piedi tenendo nella mano destra un foglietto stropicciato, gli occhiali calati sulla punta del naso, la mano sinistra in tasca. Dopo un lunga pausa durante la quale aveva guardato da sopra gli occhiali tutti i presenti, riprese: “grazie per averci almeno convocati…è già un passo avanti (mormorio in sala e qualche risatina nervosa). Cercherò, come tu hai chiesto, di stare al tema. A mio modo di vedere alla radice del problema c’è un macroscopico errore di marketing: abbiamo trascurato in questi mesi, e io, datemene atto, vi avevo avvertito, una fascia di mercato fondamentale, quella dei consumatori di verdure, che si sono sentiti abbandonati a se stessi nei nostri punti vendita e si sono rivolti alla concorrenza. E’ vero che la vostra catena di vendita, prima della fusione, era molto più forte nei prodotti di salumeria e macelleria, ma questo non vi dava titolo per trascurare e umiliare i nostri clienti tradizionali”. “ma cosa stai dicendo? – lo interruppe Cassino, facendo volare il suo telefono cellulare in mezzo al tavolo – “ma come ti permetti? Dopo che abbiamo dato il sangue su tutto il territorio per promuovere i tuoi venditori che si sono permessi di mettere sui loro banchi le scritte “mangia sano, mangia verdure”, “vegetariano è bello”, “più carne, più colesterolo”. Sai di quanto è crollata la vendita della carne ai banchi dopo quella campagna? Non lo sai? Te lo dico io: del 25 per cento è calata. Abbiamo dovuto venderla sotto costo alle mense se no marciva…” “E allora avete fatto la campagna “io mangio carne…e si vede. Ma, soprattutto, si sente” con un pornodivo come testimonial. Vedete, quello che non volete capire è che noi dobbiamo farci carico dei bisogni di una fascia di clientela che ha gli stessi diritti di cittadinanza delle altre. E, inoltre, mi permetto di segnalarvi che la nostra politica commerciale non piace per niente alla CEI, la Compagnia Esperienze Innovative che considera la scelta vegetariana prioritaria…e voi sapete quanto sono potenti quei signori e come sono in grado di orientare il mercato”. “Sì – intervenne Fetta – io, per esempio mangio, ma solo ogni tanto eh, la carne, ma mi sento vegetariano dentro, anzi sono convintamene vegetariano e però vorrei che anche chi vuole, magari con moderazione e sotto il controllo di un medico, consumare una fettina…beh …insomma dovrebbe potere farlo” “Il problema non è né la carne né la verdura – li interruppe Gemma Tomino, l’imprenditrice casearia che aveva accettato di entrare nel consiglio dell’azienda alla sua fondazione – il problema è il formaggio, il problema sono i latticini. Per colpa delle vostre diatribe da cortile le mucche scoppiano perché il latte non viene più munto, i caseifici hanno i magazzini pieni e producono liquami di formaggio che stanno inquinando i fiumi, e nessuno sta a sentire Pianella, il rappresentante dei produttori di formaggi puzzolenti, che sono mesi che con grande intelligenza e abnegazione conduce una battaglia solitaria per la salvaguardia dei formaggi…” “Così non andiamo da nessuna parte – si frappose Tersani – io credo che tutti i clienti siano uguali, che non ci siano clienti più uguali degli altri. Il vero tema è che…” “Ma se po’ sape’ che annate dicenno?” La voce chioccia proveniente dal corridoio suonò come una schioppettata nella sala. Tutti si voltarono verso il corridoio d’accesso alla sala dove nella penombra, una mano appoggiata al muro, l’altra a brandire un piumino, stava una addetta alle pulizie. “Aho, è quasi n’ora che vve sto a senti’ e ammappa se ne avete dette de cazzate! Co’ licenza parlanno voi state a parlà di quello che la ggente se magna, mica de filosofia. Allora ve lo dico io perché invece che annà a fa spesa nei vostri PD – Pronto Discount vado da quell’artri di PDL – Pronti Desideri Liberi. Perché ce lo so che la robba vostra po’ esse più bbona e magara costa puro de meno, ma ce sta che quanno vado da voi me fate sempre na lezione: “e magna questo e nun quell’artro”, “e pensa a questo”, “e pensa quello”. Quanno vo da loro me dicheno “che vvoi?”, me fanno i complimenti, me fanno sentì bella, me dicheno “magna quanto te pare, strafogate quanto voi e nun pensà ar conto tanto qualcuno paga”. Sì è vero, mo’ ce sta qualche debituccio in più ma chissenefrega ‘ndo lo metti?”.


Comunicato stampa della PD – Pronto Discount
La signora Assunta Ceccarelli assume da oggi l’incarico di Amministratore delegato della nostra società. Gli azionisti, nel formulare alla Ceccarelli i migliori auguri per un buon lavoro per il rilancio della azienda, sono lieti di sottolineare come il nuovo amministratore delegato sia stato selezionato tra il personale della azienda stessa. Ceccarelli, 43 anni, tre figli, ha infatti cominciato a collaborare con il gruppo PD dieci anni or sono come Responsabile del settore Cleaning della sala cda ed ha percorso successivamente tutti i gradini di una brillante carriera interna.

Friday, February 06, 2009

Oggi, altro giorno triste per l'Italia

Il nostro Governo si è ancora una volta provato ignorante, razzista e parruccone nell'approvazione di alcuni provvedimente indicibili e inumani che ancora una volta mi fanno rabbrividire sul livello di cultura politica di questo paese, ne menziono solo due perchè avrei da ridire su tanti.

Il primo è quello che riguarda il rapporto tra medici dipendenti di strutture sanitarie pubbliche e i clandestini. Se prima per i medici c'era il divieto di denunciarli, proprio per la necessità di dovergli prestare delle cure, ora questo divieto è stato rimosso con relativo incentivo alla denuncia per il corpo dei medici che ora si trasformeranno in medici poliziotti. Direi che è veramente un segno di apertura dei confini e della mentalità non credete?

Sono state poi legalizzate e istituzionalizzate le cosiddette 'ronde padane' ma, badate bene, non armate! O cazzo che fortuna almeno quello ce l'hanno risparmiato. Ciònonostante associazione di cittadini sono ora incentivate a "cooperare nello svolgimento dell'attività di presidio del territorio" insieme ai normali corpi di polizia.

La trasformazione di questa nazione in uno stato di polizia di stampo fascioliberale (bestemmia da scrivere) sta sempre più avendo luogo. Che vergogna...